Il testamento biologico tra "eticamente sensibile" e "politicamente corretto"

La dott.ssa Carmen Cini, docente ed esperta di Bioetica (Scuola di Psicologia Comparata), tratta il tema del testamentio biologico nelle due accezioni che oggi più si contrappongono, quella dell'etica sensibile e quella del politically correct.

Nello scarto tra dottrina e prassi, intervento pubblico e agire medico si inserisce la discussione e il dibattito politico sull'approvazione della legge sul Testamento Biologico. La proposta mira a riconoscere dei diritti a quei soggetti che oggi di fatto nel nostro ordinamento e molto spesso nella prassi medica non sono tutelati. Il testamento biologico vorrebbe tutelare chi in un futuro a causa di una malattia o di un incidente non potesse più esprimere la propria volontà. Allo stato attuale un malato cosciente è in grado di interagire col medico e di accettare o rifiutare le terapie che questi gli propone. La situazione cambia nel momento in cui un malato, perché privo di coscienza o di capacità di relazione col medico, non potesse più “autodeterminarsi”. Ad esempio, il padre di Eluana Englaro - discusso caso della giovane che dal 1992 è in stato di coma vegetativo permanente - ha aperto una vertenza pubblica con la volontà di vedere affermato il diritto di sua figlia. Quello di una ragazza che, prima dell’incidente che l’ha ridotta in stato di incapacità e di incoscienza, in varie circostanze con più persone espresse chiaramente in una riflessione: “qualora mai io mi dovessi trovare in quella condizione voglio che mi si lasci morire. Non voglio che mi si tenga in vita artificialmente, forzatamente per chissà quanti anni in una situazione che io ritengo non dignitosa, lesiva della mia persona, non degna di essere vissuta”. Il Testamento Biologico è essenzialmente questo: la possibilità di Eluana Englaro di scrivere nel 1992 queste cose e vederle un giorno rispettate.
Vale la pena ricordare quando nel 1957 Pio XII rivolgendosi ai membri dell’Associazione degli Anestesisti con limpidezza di forma e contenuto affrontava la questione ponendo il seguente interrogativo: “se la soppressione del dolore e della coscienza per mezzo della somministrazione dei narcotici suggerita dai medici può avere come effetto l’abbreviazione della vita del paziente. Sotto il profilo morale e religioso è giusto?” La risposta di Pio XII fu affermativa. Allora basta questa citazione per misurare l’incomparabile distanza fra quelle parole e il timore che oggi avvertiamo. Le questioni che noi chiamiamo “di vita e di morte”, quelle sull’identità e l’integrità del corpo e sulle attività primarie dell’individuo hanno fatto irruzione nella politica e nella cultura risuonando èchi di valutata “impotenza”. E dunque la scelta ha contemplato i dubbi attorno a ciò che Stuart Mill chiamava “la sovranità dell’individuo su di sé e sul proprio corpo”. Si ipotizza che lo sviluppo delle terapie contro il dolore e quello del Testamento Biologico potrebbero portare al minimo la richiesta di eutanasia riducendola a domanda residuale. Paolo VI nell’ottobre del 1970 scriveva: “pur escludendosi l’eutanasia ciò non significa obbligare il medico ad utilizzare tutte le tecniche per la sopravvivenza che gli offre una scienza infaticabilmente creatrice. In tali casi sarebbe una tortura inutile la rianimazione vegetativa nell’ultima fase di rianimazione incurabile. Il dovere del medico consiste piuttosto nell’adoperarsi nel calmare le sofferenze piuttosto che prolungare con qualunque mezzo e a qualunque condizione una vita che non è più pienamente umana e che va verso la conclusione.”
La vicenda Welby ha creato e sollevato una serie di contraddizioni e al tempo stesso anche una serie di ovvietà impressionanti. Il medico non deve insistere con un trattamento che il paziente rifiuta. La decisione di sospendere un trattamento terapeutico nei confronti di un paziente che lo richiede non ha alcuna rilevanza di tipo penalistico. Quindi in questo momento non serve una legge per non impedire la sospensione delle terapie perché esiste già positivamente questo diritto. Inoltre, il Consenso Informato, soprattutto quello chirurgico che ora vige in Italia, è stato introdotto alla fine degli anni’80 con la sentenza del caso Massimo, il quale fu condannato per aver agito su una paziente senza il suo consenso mentre era sotto anestesia. Al suo risveglio la paziente dimostrò il suo disappunto e il medico le rispose che aveva preso la decisione migliore rispetto al suo stato. Purtroppo le complicanze dell’intervento chirurgico portarono alla morte della paziente e il medico venne condannato da “lesioni gravissime” a “omicidio preterintenzionale”.
La Sentenza della Cassazione ribadì che: “la mano del chirurgo è guidata e governata dal consenso del paziente” e il paziente quando firma il Consenso Informato chirurgico prescrive al medico cosa “può e deve fare” indipendentemente che questo sia condiviso dal medico o da questi non ritenuto “il meglio da farsi”.
Dunque, uno dei compiti del medico è quella di esporre al paziente le diverse possibilità lasciandolo decidere nella piena consapevolezza e nel rispetto delle sue volontà e, conseguentemente, di agire in conformità con quanto deliberato da lui stesso. Ad esempio, il padre di Eluana Englaro avrebbe potuto evitare tutto questo “scialo” giudiziario in un modo suggeritogli qualche anno fa. Essendo tutore della figlia avrebbe potuto firmare per le dimissioni della figlia, portarsela a casa, non alimentarla più così sarebbe morta. Tuttavia, non avendolo voluto fare, ha dimostrato la pretesa del riconoscimento pubblico di un diritto. All’origine di tutta questa contraddizione c’è una sorta di timore della modernità che giustifica entrambe le posizioni: quella a favore del Testamento Biologico e comunque contro l’accanimento terapeutico e quella che guarda al Testamento Biologico con grande paura. Perché in un caso si rifiuta la modernità per cui l’uomo non deve cedere a tentazioni di onnipotenza faustiana, non deve sostituirsi alla natura o a Dio. Neanche si può pensare di prolungare artificialmente la vita oltre il suo confine naturale. Nell’altro caso, esattamente e per la stessa matrice, emerge il rifiuto di quel principio che è a fondamento di ogni vivere associato, liberale, contemporaneo per il quale ognuno di noi è padrone, indiscusso e indiscutibile sovrano su di sé. Per la Chiesa la vita è un bene indisponibile: noi non siamo proprietari della nostra vita e del nostro corpo e quindi non possiamo deciderne. E questa ambiguità appare interessante in quanto molte delle osservazioni più intelligenti che sono state fatte su questo tema provengono da importanti ecclesiasti.
La vicenda della famiglia di Eluana Englaro è fondamentale perché rappresenta il tentativo disperato di sottrarre la tragedia all’oscurità e alla clandestinità delle soluzioni sommarie. Allora si evoca la formula “eticamente sensibile” per riferirsi a qualcosa di certamente troppo complesso, molto impegnativo sul piano morale, filosofico, giuridico, teologico per essere risolto, per essere affrontato. Tutto ciò lascia emergere la necessità di una fondazione morale del discorso pubblico su questi temi. Perché il discorso sul testamento di vita è prima di tutto un discorso “morale”, in quanto pone al centro dell’azione pubblica e delle norme quello che è il valore fondamentale della persona e che è la dignità.

BIBLIOGRAFIA

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