Giuliana Masera e Nadia Poli infermiere di lunga esperienza e docenti presso corsi di laurea in Infermieristica, ci guidano attraverso un dettagliato percorso storico incentrato sui concetti di corpo e di cura, per come sono stati affrontati e rielaborati nel corso del tempo dalla filosofia, dalla psicologia, dall’antropologia. Quindi le due autrici si concentrano sul valore terapeutico del gesto di cura attraverso il contatto fisico ed il coinvolgimento emozionale e citano casi concreti e studi ufficiali a sostegno dell’approccio umano e dell’utilizzo di strumenti relazionali che vadano oltre la mera comunicazione verbale (come nel caso della marsupioterapia).
Capire quando e come avvicinarsi o sottrarsi al corpo dell'altro, richiede sensibilità e capacità di accoglienza. Infermieri, fisioterapisti, ostetriche, educatori professionali, tecnici di radiologia, operatori socio-sanitari, logopedisti hanno bisogno di recuperare e valorizzare questo tessuto di umanità, non come "un di più" rispetto alle competenze tecniche, bensì come parte costitutiva della loro professione.
Corpi quotidianamente incontrati provocano, a volte inquietano, rimandano spesso al senso ultimo del nostro esistere, mettendo a dura prova la capacità di essere accanto al pudore ed alla vergogna, ma soprattutto al dolore e alla sofferenza. L'attenzione alla comunicazione corporea, ai messaggi trasmessi più o meno consapevolmente anche attraverso i gesti, può consentire agli operatori maggiore consapevolezza, aprendo così uno spazio di riflessione circa il proprio modo di “agire la cura”.
Una ricerca condotta per mezzo di interviste, effettuate dalle due autrici a numerosi infermieri, ha dimostrato come, ancora oggi, il contatto fisico con il paziente malato non solo sia vissuto con difficoltà e disagio dagli operatori, ma, addirittura, non sia riconosciuto come atto terapeutico.
C’è ancora molto da fare, dunque, per riumanizzare la medicina a partire dalla riacquisizione della visione olistica della persona, come unicum di mente, spirito e corpo. Non si deve mai dimenticare che il corpo, anche quello malato e sofferente, è un corpo vissuto, veicolo del nostro essere-nel-mondo, soggetto di conoscenza, e “nodo di significati viventi” (Merleau Ponty).