Come comunicare la diagnosi e la prognosi di malattia? In che modo affrontare i familiari che chiedono di non comunicare al paziente la diagnosi di malattie gravi? Come comprendere i sentimenti e le reazioni emotive proprie e dell'altro? Quali strategie usare per affrontare le domande particolarmente difficili? Esistono tecniche comunicative per raccogliere informazioni dal paziente? In che modo comunicare ai familiari la morte del paziente?
L’autrice è morta di Aids, dopo un lungo ricovero nella casa di accoglienza "S. Chiara" (a Padova), durante il quale ha tenuto un diario, divenuto libro per sua volontà e grazie alla disponibilità di numerosi amici: il volume non è in vendita, viene regalato a quanti vogliono "avvicinarsi" ai malati ed alla realtà di casa S. Chiara. Valeria racconta con semplicità la sua situazione, da quando arriva nella casa di accoglienza fino a che l’aggravarsi delle condizioni di salute le impedirà di scrivere.
Testamento biologico, testamento di vita, direttive anticipate: con questi termini si indica una dichiarazione con la quale ciascuno di noi, in piena libertà e consapevolezza, può esprimere la propria volontà circa le cure da ricevere nel caso perdesse la facoltà di decidere, a causa di una malattia o lesioni traumatiche irreversibili.
I progressi medici e scientifici degli ultimi anni ci hanno in qualche modo illusi di aver raggiunto l'immortalità, facendoci dimenticare che la morte è un fatto biologico. La malattia, sostiene Veronesi, stabilisce una relazione così stretta fra medico e paziente da far sì che il medico sia in grado di interpretare le volontà dell'ammalato, non ultimo il rifiuto di sottoporsi a cure inutili, e il desiderio di morire con dignità. Il volume delinea la posizione intorno a questo tema dei vari Stati europei dove con l'eccezione di Olanda e Belgio, l'eutanasia è equiparata all'omicidio.
Il volume analizza la relazione di cura da tre diverse prospettive.
Di fronte alla morte è normale provare rabbia, disperazione, senso di smarrimento. Eppure gli adulti tendono a nascondere le loro emozioni nel tentativo di proteggere i bambini dal dolore. Secondo l'autrice, invece, i bambini devono avere lo spazio e la possibilità di manifestare i propri stati d'animo insieme agli adulti.